Contributo di

Bruno Tobia

 

 

Non ricordo più l’occasione, ma fu qualche anno fa, quando incontrai per la prima volta Noemi Pittaluga. Sicuramente si trattò di un evento organizzato da Carlo Gallerati nella sua Galleria di via Apuania. A quel tempo avevo ripreso a fotografare con un certo impegno, deciso a conquistare, se non uno stile originale, almeno un accettabile livello espressivo. Noemi mi colpì subito. Fin da quel primo incontro apprezzai di Noemi la serietà critica e l’onestà intellettuale. La sua schiettezza e semplicità. Ne erano quasi fisica testimonianza i suoi occhi nerissimi e guizzanti, il sorriso aperto, l’immediatezza dei modi, quel suo ritrarsi indietro per far parlare la sua curiosità verso l’interlocutore. Noemi non si getta avanti d’impulso senza riflettere. Io sento che l’emozione che prova di fronte a un’opera d’arte, per quanto possa coinvolgerla nel profondo, si media subito in una osservazione pacata, suscettibile di sviluppi guidati dal ragionamento. Noemi non teme la passionalità, anzi se ne nutre, ma nel suo lavoro critico la imbriglia entro i dettami della ragione, la depura, per dir così, nel contatto con la cultura. Vi è quindi in Noemi una corrispondenza che definirei biunivoca tra il suo modo di intendere il lavoro critico e il risultato di questo stesso lavoro e che può essere sintetizzata così: introspezione psicologica e culturale, analisi formale, resa critica all’insegna della chiarezza, limpidezza e semplicità di espressione. Invano ricerchereste nei testi di Noemi un compiacimento linguistico, un’indulgenza alle formule convenzionali, una soddisfatta rimarcatura dei luoghi comuni. Noemi sa andare al nocciolo delle cose nel modo diretto e autentico che le è proprio. Per questo dobbiamo esserle grati. Il suo sguardo, come quello di ogni critico autentico, svela dell’opera aspetti inaspettati e sorprendenti, porta alla coscienza dello spettatore una proposta interpretativa che coglie nel segno, nel momento stesso in cui si rivela spiazzante. Grazie Noemi.

 

Text by

 

Bruno Tobia

 

I don’t quite remember the occasion, but it was some years ago, when I first met Noemi Pittaluga. It was certainly at an event organized by Carlo Gallerati in his Gallery in via Apuania. At the time, I had taken up photography with a certain commitment, determined to conquer, if not an original style, at least an acceptable expressive level. Noemi impressed me immediately. From that first encounter I have appreciated Noemi’s critical seriousness and intellectual honesty. Her directness and simplicity. These qualities seemed tangibly expressed by her black and sparkly eyes, her open smile, the immediacy of her manners, her way of retreating to let her curiosity speak to her interlocutor. Noemi does not act on impulse without reflexion. I can tell that the emotion she feels in front of a work of art, however deep it may be, is instantly mediated through calm observation, susceptible to changes guided by reason. Noemi does not fear passion, actually, she feeds on it, but in her critical work she channels it via the rules of reason, she filters it, so to speak, through contact with culture. Thus, there is in Noemi a correspondence that I would define as one-to-one between her way of understanding her work and the result of the work itself, and that may be summed up as such: psychological and cultural introspection, formal analysis, critical interpretation in the name of clarity, transparency and simplicity of expression. You would search in vain for a linguistic gratification, indulgence for conventional formulae, content re-marking of cliché. Noemi knows how to get to the heart of things in her own direct and authentic way. For this we should be grateful to her. Her gaze, as that of any authentic critic, unveils unexpected and surprising aspects of the work of art, she brings to the beholder’s conscience an interpretative proposal that hits the mark while revealing itself as startling. Thank you, Noemi.