Contributo di

Carlo Gallerati

Quando sono diventato gallerista – cioè pochi istanti prima dello scivolone economico mondiale che tuttora tiene in ostaggio quasi ogni umana propensione all’acquisto – sapevo bene che non avrei avuto vita facile, e però non immaginavo la quantità e la varietà dei disagi che mi sarebbero stati d’intralcio, né potevo prefigurarmi con quali rimedi farvi fronte.

Dopo dodici anni (tanti ne sono trascorsi da allora) sarei naturalmente in grado di formulare – di quei disagi e di quei rimedi – verosimili proposte di elenchi, accompagnate dall’indicazione chiarificatrice di copiosi e dettagliati esempi, aneddoti, citazioni, illustrazioni e disegnini. Non lo farò.

Non lo farò perché una delle principali regole che la pratica quotidiana dei rapporti con le persone (me stesso compreso) mi ha insegnato – e sulla cui efficacia nella trasmissione e nella comprensione delle idee non ho motivo di dubitare – è questa: essere sintetici.

La regola della sintesi, ebbene, mi suggerisce il seguente schema riassuntivo: gli artisti sono troppi e il pubblico scarseggia (questi sono i disagi); in conseguenza, sembra necessario porre un argine al dilagare degli autori di opere d’arte, e cercare, all’opposto, di ampliare la nicchia di coloro che sono interessati a osservarle con attenta partecipazione (e questi sarebbero i rimedi).

L’ingrato compito di cimentarsi nel tentativo di aumentare il numero degli osservatori di qualità incombe sui galleristi, mentre l’altro, solo apparentemente meno arduo, di operare una motivata selezione davanti alla strabordante quantità delle profferte artistiche è più specificamente a carico di un’altra categoria di prodigiosi creatori: i critici (anche detti, con lieve sbalzo di senso, curatori). Artisti, critici, galleristi e osservatori non sono altro che quattro coautori, persone che tutte, in maniere e momenti diversi, cooperano creativamente col pensiero e con le azioni al compimento dell’arte: alla concezione, alla definizione, alla fruizione e alla consacrazione dell’opera d’arte in quanto tale.

All’estremo inziale gli artisti (tutti: i tanti che credono di esserlo e gli altri che lo sono per davvero), a quello opposto gli osservatori (il pubblico: non la folla indistinta dei curiosi, ma appunto una raffinata élite di amatori, l’esigente crema di appassionati sostenitori); ripartizione solo a prima vista leziosa, spocchiosa: di un’umiltà massiccia, invece, e traslucida, prammatica, inoppugnabile. Dentro lo spazio intermedio tra quegli estremi si trovano, appunto, i galleristi e i critici; tutto il lavoro di una galleria si risolve nei loro esercizi contrapposti di apertura e di chiusura: accoglienza dei galleristi a favore di un bel pubblico, barriera dei critici contro la piena veemente degli artisti.

Non che i due ruoli siano esclusivi per l’uno e per l’altro: a tratti si scambiano, si mescolano, si sovrappongono; spesso vengono svolti insieme, in processi di studio e di analisi condotti fianco a fianco, confrontandosi, sostenendosi, correggendosi a vicenda, discutendo, litigando anche, se necessario.

Tutto per tentare di rendere meno difficile quella vita che – crisi o non crisi – ci si deve aspettare quando si apre una galleria, per condividere l’onestà, la forza di volontà, il senso del dovere, l’amore e la passione indispensabili a fare le cose dando il meglio. Questo meglio, per me, questa condivisione, questi tentativi fatti e rifatti assieme per costruire realtà in cui vale la pena di credere, hanno avuto vari nomi nella storia della galleria, e uno però specialmente (anzi, da un po’ d’anni, soltanto): Noemi Pittaluga. Acuta e risoluta, docile eppure indomita, colta ma chiara, critica e curatrice, collega, amica. 

 

Text by

Carlo Gallerati

When I became a gallerist – shortly before the outbreak of the economic global crisis that is still putting almost any human inclination to purchase on hold – I knew very well that I was not going to have an easy life, but I couldn’t imagine the amount and variety of hardships that would constitute a hindrance to me and I couldn’t foresee the potential remedies to cope with all this. After twelve years (so many have passed since then), I am able to indicate plausible proposals - of hardships and remedies - accompanied by copious and detailed examples, anecdotes, explanations, illustrations, drawings.

But I won’t do it. I won’t do it because one of my main rules that my daily practice of relations with people (including myself) has taught me – a rule whose effectiveness in improving the exchange and comprehension of ideas I have no reason to doubt - is this: to be synthetic.

Well, synthesis suggests me the following summary scheme: the artists are too many and the audience lacks (these are the discomforts); therefore, it appears necessary, on the one hand, to stem the spread of artistic authorsand, on the other hand, to extend the niche of people who are interested in observing artworks with careful participation (and these would be the remedies).

Dealing with the thankless task of increasing a qualified audience is the gallerists’ duty; another, only apparently less arduous, task – that of realizing a justified selection amid the overflowing amount of the artistic production – falls on another category of prodigious creators: the critics (also called, with a slight slip of meaning: curators).

Artists, critics, gallerists and audience are nothing but four coauthors, people who - in different ways and different moments - cooperate creatively with their thoughts and actions to the accomplishment of art: to the conception, the definition, the fruition and the artwork’s consecration.

At one end of the process, we find the artists (all of them: the many who believe to be such, and the few who truly constitute this category); at the opposite end, the audience (not the indistinct crowd of curious, but actually a refined élite of amateurs, the exacting cream of passionate supporters); a breakdown - this that I have just mentioned - snooty only at first glance: on the contrary, of solid, translucent, pragmatic, incontestable humbleness.

Amid the intermediate space between these ends we find, precisely, gallerists and critics; all the work of a gallery descends from their antithetical operations of opening and closing: the gallerists’ hospitality in favor of a good audience, the critics’ barrier versus the vehement flood of artists.

These roles aren’t exclusive to one another: alternately, they exchange, they mingle, they overlap; often they are carried out together, through study and analysis processes conducted side by side, asking for advice, supporting one another, correcting each other, arguing, even bickering, if necessary.

All this to try making less difficult the life that - crisis or not - one should expect when inaugurating a gallery, to share honesty, willpower, sense of duty, love and passion that prove essential to realize things giving the best.

This “best” for me, this sharing, these attempts made and remade together to build realities in which it is worth to believe…all this has had many names in the gallery’s history, but now has one name especially (actually, one name only - since a few years): Noemi Pittaluga. Acute and resolute, docile yet indomitable, cultured but clear, critic and curator, colleague and friend.